C’è una differenza sostanziale, quasi abissale, tra il muoversi e l’essere mossi, tra la performance e l’essenza, tra la recita e il gioco “serio” del teatro. Lo dimostra chiaramente nelle sue ricerche Oskar Eberle, antropologo svizzero, autore di Cenalora. Vita, religione, danza, teatro dei popoli primitivi.
È inutile mostrare il movimento della barca se non ci sono le onde nel mare
Ovvero è inutile mostrare i sentimenti se non ci sono emozioni a smuovere i sentimenti. È un punto fondamentale dell’esistenza dell’essere umano: la differenza tra la performance — la recita ossia il movimento della barca — e l’essenza — le onde —.
Troppo spesso trascorriamo i giorni — o i minuti sulla scena — a perfezionare la linea di galleggiamento. Curiamo la traiettoria, lucidiamo il legno della nostra canoa, ci sforziamo con accanimento di apparire in navigazione. Ma è un’offesa al mistero se l’abisso sottostante tace. È uno sforzo sterile che resta prigioniero del riflesso: la forma che simula la vita, laddove il soffio manca, è un’esibizione che non genera esistenza.
Mostrare il sentimento senza l’urto dell’onda che solleva lo scafo è come tracciare rotte su una mappa senza mai toccare l’acqua; è una partitura senza musica, un beccheggio meccanico che ignora la vertigine dell’abisso.
Cercare il vero e il positivo in noi durante il laboratorio di BimboTeatro non è un esercizio di introspezione, ma un atto di trasfigurazione. È l’istante in cui accettiamo di abbandonare la bonaccia della zona di comfort per aprire il nostro tempio interiore, affinché l’essenza — la marea profonda — e non la performance, possa finalmente manifestarsi. È un atto totale, un dono di se stessi al bambino, con la propria verità, le proprie vulnerabilità e le proprie paure regalate alla purezza dell’infanzia, quasi a ricontattare quel bambino o bambina interiore che torna a giocare con noi. L’energia vitale nel laboratorio cresce se la nutriamo di presenza e di decisione e non è una riserva accumulata; è un’accensione che scaturisce dal sacrificio del confine.
Esiste un punto di tensione assoluta, una frequenza sottile che risiede esattamente sul limitare di ciò che crediamo di essere: il “limine” sacro. Non un istante prima, dove siamo ancora fermi in porto, prigionieri del controllo e della ripetizione. Non un istante dopo, dove il mare ci sommerge e la forma si dissolve nel caos. L’energia è l’istante del varco. Risiede in quel millimetro di tensione suprema in cui la materia si fa luce e immaginazione. In quel beccheggio instabile, tra la vecchia pelle e la nuova, l’umano attinge al trascendente. Superare il limite non è un esercizio di forza bruta, ma un atto di abbandono verticale: la decisione eroica di smettere di essere la mano che stringe il remo per diventare l’onda stessa che solleva la prua. È lì che la canoa smette di essere un guscio vulnerabile e si fa tutt’uno con il ritmo respiratorio dell’oceano. Ma questo risveglio esige una reverenza vigile. L’energia che evochiamo non ci appartiene: è una forza primordiale che attraversa le viscere e scuote le fondamenta dell’anima. È un fuoco che divampa tra i flutti, muovendo emozioni che non hanno nome — correnti di profondità che chiedono di essere abitate con un coraggio che non è più soltanto umano.
Cercare la bellezza significa, in ultima analisi, avere il coraggio di stare in quel beccheggio, in quel punto di massima tensione dove il limite si fa varco, la canoa si fa ponte e l’emozione si fa verità. In quell’accensione, la separazione svanisce: non c’è più il navigante, non c’è più l’approdo, c’è solo la vita con tutta la sua insondabilità che, finalmente, si riconosce nell’onda.
Bibliografia
- Barba, E. – La canoa di carta. Trattato di antropologia teatrale.
- Eberle, O. – Cenalora. Vita, religione, danza, teatro dei popoli primitivi.
- Grotowski, J. – Per un teatro povero.
