L’attore informale, custode del sogno. L’arte di restare interi nel flusso

C’è un momento, prima che il sipario si alzi, in cui tutto è possibile. Un bambino tiene in mano un pezzo di stoffa azzurra. Per un istante è un mantello, l’attimo dopo è un fiume in piena, poi diventa il velo di un fantasma. La deriva associativa è un naufragio felice dove il pensiero non cerca approdi sicuri, ma si lascia trasportare dalle correnti dell’immaginazione. Nel teatro d’infanzia, questa deriva non è errore, è viaggio. È la libertà di dire “questo è quello che non è”, rompendo le catene della logica adulta per abbracciare la poesia dell’assurdo.

Per un bambino, la deriva associativa non è un rischio, è lo stato naturale di grazia. È quel potere magico di trasformare un respiro in un vento di tempesta e un passo incerto nel cammino di un gigante. Nella mente di un piccolo attore, le idee non si scontrano: si fecondano. Ogni associazione è un ponte gettato verso l’infinito, un’esplosione di pura vitalità che non conosce il peso del giudizio.

In questo giardino di possibilità, il bambino abita la confluenza totale.

Egli non “partecipa” al gruppo: egli è il gruppo. Si fonde con il ritmo dei compagni, con l’odore dell’ambiente, con il battito del cuore collettivo. È un’immersione assoluta, un naufragio dolcissimo in cui l’io si scioglie nel “noi” per dare vita a una storia che prima non c’era.

In questo scenario di pura magia, emerge l’attore informale. Se il bambino è la vela che si abbandona al vento, l’attore informale è il timone e, al tempo stesso, la bussola.

All’adulto è chiesto il compito più difficile: possedere un doppio focus. Deve saper entrare in quella stessa confluenza, vibrando all’unisono con il bambino, ma deve restare ancorato alla sponda della consapevolezza. È l’adulto a custodire l’attenzione divisa: un occhio è immerso nel gioco, capace di meravigliarsi per ogni deriva improvvisa, l’altro occhio è vigile, attento a far sì che quel flusso non diventi silenzio di massa, ma rimanga un dialogo di anime accese.

L’adulto è l’equilibrista che tiene insieme il sogno e la struttura. Deve saper fluttuare nella deriva associativa per nutrire la fiamma dei piccoli, ma deve possedere la forza di non sparire in essa, garantendo che ogni bambino, pur fuso nel coro, resti l’unico autore del proprio miracolo.

L’infanzia è il fiume che scorre impetuoso; l’adulto è l’argine che lo guida, non per imprigionarlo, ma per permettergli di arrivare al mare senza disperdersi nella sabbia.

Il teatro d’infanzia è questo abbraccio costante: un luogo dove i piccoli possono permettersi il lusso di perdersi, sapendo che c’è qualcuno che sa esattamente dove si trovano.

Bibliografia

  • Barba, E. – L’energia dell’attore. Antropologia teatrale.
  • Bion, W. R. – Esperienze nei gruppi.
  • Janis, I. L. – Groupthink: Psychological Studies of Policy Decisions and Fiascoes.
  • Malaguzzi, L. – I cento linguaggi dei bambini.
  • Moreno, J. L. – Manuale di psicodramma.
  • Passatore, F. – Io ero l’albero (tu il cavallo).
  • Perls, F., Hefferline, R., & Goodman, P. – Teoria e pratica della terapia della Gestalt.
  • Rodari, G. – La grammatica della fantasia.
  • Stanislavskij, K. S. – Il lavoro dell’attore su se stesso.